Il nostro Istituto è stato fondato a Cosenza il 17 gennaio 1928 dalla Beata Elena Aiello (1985-1961), con l’intento di onorare la Passione del Signore e soccorrere spiritualmente e materialmente gli umili, i poveri e particolarmente l’infanzia bisognosa.

La nostra denominazione ufficiale è “INSTITUTUM SORORUM MINIMARUM A PASSIONE DOMINI NOSTRI JESU CHRISTI”, dette semplicemente Minime della Passione.

Comunemente siamo conosciute col nome dato dal popolo di Cosenza alla nostra Madre Fondatrice, ritenuta e chiamata in questa città “la monaca santa”.

Ancora oggi la scelta preferenziale della nostra famiglia religiosa, in Italia, all’estero e in terra di missione, è quella avuta in consegna dalla Madre Fondatrice: l’infanzia povera ed emarginata.

Perché Minime della Passione?

Madre Elena ha voluto che le sue figlie si chiamassero Suore Minime della Passione di N.S.G.C., perché ha fatto propria la spiritualità di San Francesco da Paola, fondata sull’umiltà, sulla carità e sul sacrificio. La devozione per il Santo di Paola è iniziata per la “monaca santa” sin dall’infanzia e si è rafforzata quando, al momento di fondare la nuova congregazione insieme a Luigina Mazza, ha trovato proprio nei quattro fratelli di quest’ultima, tutti padri Minimi (Fra Giovanni, Padre Beniamino, Padre Francesco e Padre Arturo), un valido sostegno e delle preziose guide spirituali. Da allora la storia dell’istituto delle Suore Minime della Passione di N.S.G.C. è sempre stata strettamente intrecciata a quella dell’ordine dei Padri Minimi.

Umiltà

Il primo pilastro della spiritualità minima è dunque l’umiltà, vissuta come annientamento di se stessi: “il niente dell’uomo e il tutto di Dio”.

Madre Elena, infatti, era solita ripetere che in lei non vi era nulla di proprio, che non valeva nulla e che se vi era qualcosa di buono era dono di Dio. Rifuggiva dai complimenti e dalle lodi degli uomini e quando la gente la chiamava “santa” rispondeva: “Noi non siamo niente; solo Dio è grande”.

Ella, inoltre, invitava anche le sue figlie a seguire la via dell’umiltà, come si evince da alcune delle sue massime: “Alla sequela del Vangelo la Minima della Passione impari a sentirsi piccola e ricordi che la religiosa completa si costruisce sull’umiltà” e “Seguendo il Vangelo impariamo a sentirci piccoli ricordandoci che ci conformiamo a Cristo nell’umiltà”.

Nel libretto sui “Doveri della Suora”, da lei stesso dettato nel 1951 (e in seguito rieditato nel 1979), infine, Madre Elena così tratteggia la Suora Minima della Passione: “nella constatazione quotidiana della sua fragilità e dei suoi difetti si umilia senza mai perdersi d’animo, felice di conoscere sempre meglio il proprio nulla; e là dove altre anime superbe e piene di sé fanno naufragio, lei, contenta di vedersi piccola, debole e sola, in un impeto di fiducia si getta nelle braccia di Gesù che è il suo tutto e con Lui avanza sulla via della santità”.

Sarà proprio questo profondo senso di umiltà il punto di partenza che le permetterà di farsi serva di tutti, “piccola” tra i “piccoli”.

Carità

Suor Elena Aiello ha voluto come nota qualificante del suo Istituto lo stemma Charitas, che secondo la tradizione fu consegnato dall’arcangelo Michele a San Francesco di Paola. Charitas non è altro che l’abbreviazione dell’espressione usata da San Paolo: “Charitas Christi urget nos”, cioè “l’amore di Cristo ci spinge” (2 Cor 5,14). Infatti, ciò che ha spinto la suora calabrese a compiere ogni passo nella sua vita è sempre stato l’amore “per” Cristo, e in modo particolare per Cristo crocifisso, ma anche il desiderio di rendere visibile l’amore “di” Cristo per i più piccoli e i poveri.

Ella era solita ripetere alle sue figlie: “I poveri, i sofferenti, gli ammalati sono i nostri migliori amici; se noi li sapremo amare, amiamo Gesù”; e ancora: “sul volto di ogni bambino povero la Minima della Passione deve scoprire l’immagine di Cristo sofferente”.

È con questo spirito che Madre Elena si è sempre prodigata per gli ultimi e in particolare per gli orfanelli che, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, andava raccogliendo per le strade della città, sforzandosi sempre di riconoscere nello sguardo di ogni bambino in difficoltà quello del suo Sposo sommamente amato.

Sacrificio

Madre Elena è sempre stata un’innamorata del Crocifisso.

Ella ha compreso, sin dall’inizio della sua missione, che la croce non è qualcosa di cui avere timore, ma è lo strumento scelto da Gesù per salvare gli uomini e ciò ha fatto nascere in lei il grandissimo desiderio di essere associata alla sua missione redentiva (“L’opera di carità che il Signore mi chiedeva doveva essere l’espressione della sua passione, perché lui mi chiamava per la via della Croce”).

E il Signore ha voluto assecondare questo suo desiderio, rendendola più simile a sé e imprimendo nella sua carne i segni della Passione, le stigmate che lei, sin dal 2 marzo 1923, ha portato per oltre trent’anni, accogliendole come un dono d’amore. Chi ama, infatti, non può non desiderare di somigliare all’amato e di condividere le sue sofferenze (“Come la Croce è stata la misura dell’amore di Gesù per noi, così essa è la misura del nostro amore per Lui”).

Da donna innamorata del suo Sposo, inoltre, Elena Aiello conosceva molto bene lo strettissimo legame esistente tra amore e sacrificio: “Non c’è amore senza sofferenza, come non c’è sacrificio vero senza carità”. La sua propensione per il sacrificio, dunque, lungi dall’essere frutto di uno sforzo eroico di ascesi o di uno sterile desiderio di perfezione, non era altro che il segno del grande amore che ella nutriva per Cristo e per l’umanità, un amore così forte da giungere sino al dono totale di sé. “Passione” d’altronde non è altro che uno dei nomi dell’amore.